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LA PITTURA DOPO LUTERO
riflessione sulle mostre:
di Mary Falco

L’età di Michelangelo 
Capolavori dell’Albertina
: 28 febbraio – 16 maggio 2004

  La mostra sarà aperta tutti i giorni (escluso il 16 marzo) dalle 10.00 alle 18.00, fino al 16 maggio 2004. In seguito sarà esposta all’Albertina a Vienna dal 15 luglio al 10 ottobre 2004, e poi al Museo Guggenheim di Bilbao dal novembre 2004 al marzo 2005.
Hanno contribuito alla realizzazione della mostra Listone Giordano, Fondazione Corriere della Sera, AXA Art, e Intrapresae Collezione Guggenheim.
Insititutional Patrons: Banca del Gottardo, Regione del Veneto
I programmi della Collezione Peggy Guggenheim sono resi possibili grazie al sostegno del Comitato Consultivo della Collezione Peggy Guggenheim e Intrapresae Collezione Guggenheim.
Se aveste bisogno di ulteriori informazioni potete contattare: Liesbeth Bollen - Press Officer Collezione Peggy GuggenheimPalazzo Venier dei Leoni701 Dorsoduro30123 Venezia Italia e-mail: press@guggenheim-venice.it Tel: +39.041.2405.404
L’età di Rubens: dimore, committenti e collezionisti genovesi: 20 Marzo - 11 Luglio 04 Palazzo Ducale www.palazzoducale.genova.it/Rubens acquista on line il biglietto della mostra I possessori del biglietto Visioni ed estasi. Capolavori dell’arte europea tra Seicento e Settecento hanno diritto all'ingresso a prezzo ridotto.0 Marzo - 11 Luglio 04Palazzo Ducale Piazza Matteotti 9 martedì – domenica, ore 9.00-21.00 la biglietteria è aperta fino alle ore 20.00 Il biglietto comprende anche l'ingresso alle sedi distaccate: Palazzo Spinola (Piazza Pellicceria 1) e Palazzo Rosso (Via Garibaldi 18) tel. +39 010 5574004 fax +39 010 562390 www.palazzoducale.genova.it/Rubens biglietteria@palazzoducale.genova.it
Da Raffaello a Rubens Disegni della Fondazione Horne a Palazzo dei Benci - fino al 30 aprile 2001Orario: lunedì-sabato 9-13 Via dei Benci, 6 - 500122 FirenzeTel. 055 244.661
Caravaggio e il Genio di Roma Roma, Palazzo di Venezia, 10 maggio - 31 luglio 2001. Nata dalla collaborazione tra la Royal Academy of Arts e la Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Roma, la rassegna presenta circa 160 opere, tra le quali un'imponente sequenza di dipinti di Caravaggio.
Sede: Roma, Palazzo di Venezia Ingresso: via del Plebiscito 118; biglietto intero L. 15.000Orario: tutti i giorni 10.00-21.00; sabato, domenica e festivi 10.00-22.00Catalogo: RCS Libri S.p.a. -Rizzoli Libri IllustratiRomArtificio S.r.l. «... non ti fare nessuna scultura, ne alcuna immagine delle cose che sono lassù nel cielo e quaggiù in terra, o nell'acqua sotto la terra» (Dt 5,8) ... è difficile immaginare una posizione più lontana dall'insegnamento biblico di quella assunta da Roma imperiale, formicolante d'immagini e di idoli provenienti da ogni parte del mondo allora conosciuto, nonché erede della cultura ellenistica in fatto di pittura e scultura. L'impressione che dovette fare la capitale ai primi seguaci di Cristo giunti con San Pietro e San Paolo a diffondere la buona novella resta tuttora un mistero, nonostante la fitta letteratura sull'argomento! Certo anche in Palestina, non foss'altro per la politica illuminata d'Erode il Grande, si era introdotta la civiltà ellenistica, col suo ininterrotto fiorire d'immagini che a rigore, secondo il succitato versetto del Deuteronomio, erano atte a trasformarsi in altrettanti pericolosissimi idoli e certo nessuna pittura e scultura è mai stata più serenamente sensuale di quella greca. Tuttavia a Roma l'immagine non era soltanto emotivamente pericolosa, era anche usata per messaggi pubblici, che andavano dall'innocente insegna sulla porta della locanda e del bagno pubblico alla colonna celebrativa dell'ultima vittoria o alla statua dell'imperatore imposta con la forza alla venerazione dei fedeli. La gente era abituata a muoversi sicura attraverso un mondo essenzialmente visivo, in una Roma dove il latino non era più l'unica lingua parlata ed era necessario stabilire in fretta un contatto tra persone di cultura e formazione diversissime. C'era dunque un uso pratico della pittura che il versetto del Deuteronomio, a ben guardare, non poteva neppure prendere in considerazione, perché apparteneva a un contesto sociale completamente diverso.
'altra parte non sempre quest'uso era innocente come si potrebbe pensare in un primo tempo, perché dietro a ogni figura c'era la logica che l'aveva prodotta e che continuava a operare. Un martellante fiorire d'immagini che è paragonabile, per forza e concentrazione del messaggio, alla pubblicità contemporanea, proponeva ogni giorno una realtà ben precisa di dominio politico e culturale, perché aldilà di tutte queste suggestioni cromatiche c'era il credo di Roma come unica potenza e autorità terrena a cui fosse possibile far riferimento. 1 riformatori che in tempi diversi accusarono la Chiesa di Roma di aver accettato un uso pagano della pittura contravvenendo al secondo comandamento, non erano soltanto dei fanatici nemici dell'arte, ma avevano dalla loro un effettivo cambiamento rispetto alla legge originaria: accogliendo l'immagine infatti, la Chiesa compie un primo passo verso l'accettazione di tutto un patrimonio culturale potenzialmente pagano e per di più sconosciuto. Tuttavia prima di formulare facili accuse, è utile chiedersi se allo sparuto gruppo di cristiani giunti a evangelizzare la capitale fosse possibile adottare un atteggiamento diverso: a differenza della religione ebraica, patrimonio esclusivo d'un popolo, il cristianesimo, e questa era la sua principale forza innovatrice, doveva rivolgersi a tutti e Roma abbondava di una plebe di buona volontà e di scarsa cultura, che mai avrebbe saputo trovare una locanda se non levando lo sguardo all'insegna di ferro battuto esposta sulla porta, ma che molto spesso professava una fede maggiore di quella delle classi colte. Accogliere e formare questa plebe era appunto la missione che Cristo aveva imposto alla Chiesa e non sarebbe stato possibile farlo proponendo un mondo troppo dissimile da quello abituale, soprattutto in considerazione dei gravi sacrifici che il nuovo Credo imponeva. Tuttavia, compiendo il difficile passo d'accettare il linguaggio figurato con tutti i compromessi che la cosa comportava, la Chiesa ebbe sempre cura di scostarsi un poco da quello del realismo pagano imperante, troppo sfacciatamente realistico e sensuale e ricorse invece al patrimonio iconografico delle religioni misteriche, soprattutto a quella dionisiaca, con la suggestiva simbologia del pane e del vino, o meglio, della vite, dai grappoli succosi e pampini artisticamente intrecciati. Forse l'assorbimento fu spontaneo ed in gran parte inconscio: le confraternite dionisiache erano infatti molto diffuse nell'impero e fino al il sec. d.C. contestarono ai cristiani il primato religioso. Con la caduta dell'impero e l'affacciarsi alla storia del cristianesimo di altri contributi culturali il patrimonio pittorico si arricchì di diverse suggestioni. I monaci irlandesi che miniarono i primi testi sacri li popolarono di figure tratte dal regno animale e vegetale. Comparvero tante piccole immagini: uccelli e serpenti, fiori incantevoli e alberi da frutta, cervi e inquietanti teste umane cornute per rappresentare la malizia di Satana... tutte immagini atte a spiegare facilmente, secondo la mentalità dell'epoca, ciò che diversamente avrebbe richiesto molto tempo e molte parole. Anche i Goti e i Vichinghi amano la raffigurazione di mostri terrificanti, che un tempo avevano la funzione di allontanare gli spiriti maligni dalle case e che si ritrovano invece, inaspettatamente, a rappresentarli, secondo la concezione medievale che ama raffigurare i demoni come animali immondi. Non bisogna trascurare infine l'influenza della cultura araba, che continua a essere fedele al versetto del Deuteronomio e sfoga la propria creatività in volute astratte dagli arditi e imprevedibili accostamenti cromatici. Così fin dal suo nascere la pittura cristiana ha modi e colori compositi e pur riallacciandosi all'universo mentale che l'ha prodotta se ne discosta per significati e intenti: l'immagine proposta ai fedeli dopo questo sofferto travaglio è lontana dall'uso «pubblicitario» dei 

Romani, come dall'idolo proposto un tempo alla venerazione dei fedeli: è una figura composta e raccolta, in un atteggiamento che non concede spazio alla fantasia, ma continua ad essere, nonostante tutto, didascalica. Non rappresentazione di Dio, che, come ogni fedele sa, continua a essere proibita, ma neppure vano specchio dell'ingannevole realtà terrena. L'immagine sacra deve portare a Dio, aiutare il fedele a visualizzare qualche cosa che diversamente gli sarebbe inaccessibile, senza pretendere in alcun modo di sostituirsi alla fede. La protagonista privilegiata di quest'immagine è, naturalmente, Maria, Colei che è stata fin dai primi tempi tabernacolo dell'Altissimo. La rappresentazione dell'immagine è lontana da ogni concessione alla realtà volgare. A volte allatta, ma la scena è rappresentata con rigida astrattezza e il seno allungato alla bocca del bambino non ha, naturalmente, nessuna attrattiva sessuale. Gesù non ha nulla dell'infante e spesso assomiglia a un piccolo adulto, ridotto in scala rispetto alla madre e reca in mano i simboli della propria missione: lo scettro del comando o un globo sormontato dalla croce, che non vuol rappresentare il mondo, ritenuto allora piatto, quanto piuttosto il cosmo nel suo insieme. Più raramente un uccellino, che fin dalle prime rappresentazioni nelle catacombe vuol significare, per la sua capacità di volare, l'anima umana con la sua capacità innata di elevarsi a Dio. Talvolta compare una rosa, fiore già sacro a Venere e dunque all'amore terreno, che viene assunto a simbolo dell'amore divino senza dei quale l'Incarnazione non avrebbe potuto realizzarsi. Col passar degli anni però la pittura medievale si stacca progressivamente dalla fissità di queste immagini, per rappresentare scene dell'Antico e Nuovo Testamento, la Passione e soprattutto la Crocifissione, spesso grazie a un enorme Cristo centrale, attorno al quale prendono vita le scene salienti del Vangelo e l'impeto narrativo finirà per recuperare i valori plastici dell'arte greco-romana onde esprimersi con maggior chiarezza. Nel Rinascimento si fanno strada concezioni più ardite del tempo e dello spazio: gli ambienti si aprono a paesaggi sempre più verosimili ed affascinanti e gli accadimenti biblici sono illustrati alla luce del nuovo sapere prospettico ed architettonico, mentre il corpo umano viene raffigurato in tutta la sua pienezza. La Riforma protestante cambia bruscamente e definitivamente quest'evoluzione dello spirito, spegnendo per sempre l'illusione di poter conciliare la fede cristiana con la cultura umanistica proprio allora riscoperta e aprendo la via a dissidi e a interrogativi. Non sempre le obiezioni mosse da Lutero al pontefice e alla Chiesa cattolica sono nuove, ma nuova è la spietata intransigenza, dovuta anche all'appoggio secolare dei principi tedeschi, con cui il riformatore conduce fino in fondo le proprie battaglie. Nuovo è anche il mezzo con cui gran parte di queste battaglie sono condotte: libri, giornali, volantini. Da poco infatti, l'invenzione di Gutenberg ha portato in tutte le case la Bibbia, l'opera in assoluto più stampata del '500, che d'altronde dedica il 45% della propria produzione ai testi religiosi. A tutti allora, almeno una volta, l'occhio sarà caduto sul famoso versetto di Dt 5,8: «... non ti fare nessuna scultura, né alcuna immagine delle cose che son lassù nel cielo e quaggiù in terra, o nell'acqua sotto la terra» e poi di alzar lo sguardo, scandalizzato, sulle pitture della più vicina chiesa locale. Condannando l'uso dell'arte figurativa nelle chiese, dunque, Lutero non dice in fondo nulla di nuovo. Quella che è veramente nuova e per molti aspetti inaspettata, è la massiccia adesione della gente, sia perché la carta stampata diffonde più facilmente le idee, sia perché la nuova cultura rende d'un tratto superflua e ridicola l'ingenua pittura didattica del Medioevo. La riforma luterana perciò persegue con vigore questa strada: nel 1521 Carlostadio fa bruciare le immagini sacre a Wittemberg, nel 1524 Zuingli convince i magistrati di Zurigo a far togliere da tutte le chiese quadri e sculture, per distruggerli, Calvino trova che il godimento dell'opera d'arte ha già in se’ una pericolosa traccia di venerazione dell'immagine stessa e gli Anabattisti ritengono ogni forma di cultura un'inutile distrazione che distoglie l'uomo da Dio. Una vera e propria dichiarazione di guerra non solo all'arte, ma a tutto il mondo medievale che l'aveva prodotta, alla stessa concezione di artista come uomo saldamente inserito nella propria corporazione, che serve Dio col lavoro delle proprie mani. Inizia in questo momento la civiltà dell'individualismo, che apre innumerevoli possibilità di scelta, evoluzione, dibattito, addirittura impensabili nel Medioevo, ma getta l'uomo nel vuoto della libertà, in cui spesso rischia di perdersi, poiché gli è stato tolto il fondamento economico-religioso che aveva caratterizzato il mondo forse un po' ripetitivo, ma certo rassicurante delle corporazioni d'arte e mestiere in cui s'era formato. La crisi spirituale del XVI secolo mette gli artisti di fronte a interrogativi fino allora in parte sconosciuti e in parte risolti da un'autorità indiscussa, creando quel tipico dissidio fra costrizione e libertà, che era completamente estraneo all'artista medievale e diventa invece una componente essenziale dell'uomo moderno. La prima conseguenza, del tutto inaspettata, di questa mentalità è una straordinaria fioritura dell'arte profana... anzi, una sacralizzazione del profano stesso. Veramente il famoso versetto del Deuteronomio non faceva alcuna distinzione fra pittura sacra e profana e proibiva molto più semplicemente ogni rappresentazione, ma superato il primo entusiasmo per il rigore ascetico, il vuoto emotivo provocato dalla rinuncia all'esteriorità medievale, popolata d'immagini e di colori, viene riempito d'oggetti considerati innocui, nonché da un nuovo gusto per la casa, la famiglia, le memorie del proprio passato, che trasformano le cose in feticci e gli antenati in altrettanti santi. Le case stesse assumono un nuovo ruolo, diventando il fulcro della vita sociale, al posto della chiesa, ed assorbendone anche in parte le funzioni sacre. In opposizione agli ideali ascetico-monastici, la famiglia è infatti rilanciata come unica vocazione naturale dell'individuo ed accentra in sé ogni affetto. Nessuno dei nuovi riformatori pare accorgersi che il culto del focolare e dei parenti defunti è forse più insidioso di quello delle tanto deprecate reliquie, perché svincolato da ogni controllo o forse nessuno sa trovare argomenti validi per opporvisi, togliendo al riformato anche le modeste gioie familiari. Ben presto proprio lo stile di vita «da ape operosa» farà dei fedeli altrettanti artisti dilettanti: nel tempo libero, che è peccato grave sprecare nell'ozio, qualcuno dipinge, qualche altro ricama, c'è chi si diletta di poesia e chi fa della musica. I risultati variano, ma talvolta sono tutt'altro che trascurabili. L'arte così «prodotta» è diversa dalla precedente; la pittura, soprattutto, separata bruscamente dalla necessità d'accompagnare preghiere e canti sacri, riscopre un gusto nuovo per i fiori, il paesaggio, il ritratto... quest'ultimo anzi sostituisce a pieno titolo, nelle case, lo spazio un tempo riservato ai quadri devozionali. Si fa strada una nuova concezione di quest'arte, che potremmo definire borghese e utilitaristica, ma è semplicemente ispirata alla nuova vita semplice del riformato: il soggetto non è più un potenziale idolo, ma semplicemente una realtà da documentare, per conoscerla meglio, confrontarla, discuterla insieme agli altri. L'arte, non è più privilegio di pochi, ma uno strumento alla portata di tutti per gioire del bello, e comunicarlo eventualmente ad altri. Se già nel basso Medioevo si fa sempre più incerta la distinzione tra arte stessa e artigianato, poiché in ogni casa si producono oggetti d'alta qualità, ora i progressi scientifici rendono addirittura possibile la riproduzione su vasta scala di varie. forme d'arte: la carta, i colori chimici, le macchine e poco più tardi la fotografia renderanno la bellezza patrimonio comune, togliendole spesso ogni sacralità.

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