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Potremmo dire quasi, con una punta d'esagerazione, che con la Riforma
luterana inizia un complesso movimento che toglierà, è vero, le immagini
dalle chiese, ma solo per moltiplicarle nelle case e più tardi sui
rotocalchi!
E l'Italia? I contrasti suggeriti da Lutero, la paura del demonio,
il dibattito sul libero arbitrio, che tanto appassionano i fedeli
d'oltralpe, trovano impreparata la maggior parte degli abitanti della
penisola, ancora fermamente convinti che sia possibile conciliare lo
splendido mondo antico evocato dagli studi rinascimentali con la più
corretta credenza religiosa. Inoltre interdetti e discussioni nuocciono ai
nostri mercati, aperti fino ad allora al mondo germanico. A differenza dei
fratelli d'oltralpe, che identificano la Riforma luterana o la
Controriforma cattolica con la scoperta e la legittimazione in termini
religiosi della propria identità nazionale, sia essa tedesca, spagnola o
francese, i cittadini delle varie realtà urbane d'Italia, quasi tutti
mercanti o artigiani fortemente specializzati, abituati a vendere il
proprio prodotto ai principi italiani e stranieri e al Vaticano, non si
spiegano bene perché il meraviglioso equilibrio rinascimentale, che aveva
portato ricchezza e prosperità un po' a tutti, sia ora infranto. Il
linguaggio luterano è invece appreso ed assimilato dalla borghesia che
commercia con i paesi d'Oltralpe, con particolare riferimento a Milano,
Firenze e Genova, che dopo la scoperta dell'America trionfa sulla sua
vecchia antagonista, Venezia.
La mostra di Genova è un’occasione unica per tornare per qualche
istante a questa realtà borghese ed agiata. Sono state infatti
ricostruite le collezioni che adornavano le grandi dimore seicentesche
genovesi e per varcare le soglie delle più belle sale di quei palazzi. I
nomi di Rubens, Tiziano, Tintoretto, Caravaggio, Annibale Carracci, Reni,
Ribera, Procaccini, Orazio e Artemisia Gentileschi, Van Dyck rendono
un’idea dell’importanza dei grandi collezionisti genovesi. La loro
attività è stata caratterizzata dalla compresenza di un’ampia varietà
di scelte culturali, rese possibili, in un regime repubblicano,
dall’assenza di un gusto ufficiale imposto da un sovrano. L’avvio
della stagione di massimo splendore del patriziato locale, impegnato nella
celebrazione del proprio prestigio grazie al concorso dei maggiori
rappresentanti dell’arte italiana ed europea, coincide con la presenza
di Pieter Paul Rubens a Genova. La testimonianza del grande artista
fiammingo e la sua ammirazione per la città è già documentata dal
volume "I Palazzi di Genova," in cui Rubens volle rappresentare
un’antologia delle più belle dimore della Superba. Questa sua passione
per i palazzi storici genovesi costituisce la cornice ideale per
inquadrare lo straordinario sviluppo del collezionismo d’arte che
distingue la nostra cultura nel periodo definito dagli estremi biografici
dell’artista (1577-1640) e dalle date delle due edizioni seicentesche
del volume (1622-1652). Oltre un centinaio di opere tra dipinti, arazzi e
argenti straordinari da parata è stato radunato a Genova, proveniente dai
musei di tutto il mondo, per evocare le figure di alcuni dei grandi
collezionisti e committenti genovesi. A loro sono dedicate le sezioni che
presentano la ricchissima quadreria di Gio. Carlo Doria (ritratto a
cavallo proprio da Rubens) e le curiosità della sua Wunderkammer; la
serie delle Arti liberali di Frans Floris, acquistata ad Anversa da
Gerolamo e Gio. Agostino Balbi e ricomposta per l’occasione dopo la sua
dispersione; la spettacolare Morte di Argo dipinta da Rubens e posseduta
da Giovanni Battista e Stefano Balbi, finanzieri a Milano; la quadreria di
Gio. Filippo Spinola, il primo in Europa che sia riuscito a procurare alla
sua collezione una delle grandi cene di Veronese. Un evento espositivo
incomparabile e irripetibile. Due sezioni staccate della mostra sono
allestite nella Galleria di Palazzo Rosso e nella Galleria Nazionale di
Palazzo Spinola, in quanto i due musei ospitano abitualmente due
importanti quadrerie genovesi.
Pieter Paul Rubens fu testimone diretto dello straordinario
sviluppo del collezionismo nella città di Genova. La mostra propone la
ricostruzione filologica di alcune delle più ricche collezioni della
prima metà del Seicento, offrendo l’occasione unica e irripetibile di
vedere nel contesto originario oltre un centinaio di opere tra cui dipinti
di Rubens come Giunone e Argo, commissionato da Stefano Balbi, o la Morte
di Adone, posseduta da Gio. Vincenzo Imperiale e raramente esposta prima
d’ora.
Ma se tutta la borghesia d'Europa s'allea entusiasta al nuovo modo
di concepire l'arte, ben diversa è la risposta del Concilio di Trento.
La Chiesa cattolica riserva infatti all'arte una parte
importantissima nel culto, non soltanto per mantenersi fedele alla
tradizione cristiana del Medioevo e del Rinascimento e per accentuare
anche esteriormente il contrasto col protestantesimo, ma perché per prima
si rende conto di come l'arte stessa, se ben usata, si presti a diventare
un'efficace strumento di propaganda fide. Con quattrocento anni d'anticipo
rispetto alle moderne tecniche pubblicitarie e di persuasione di massa, il
papato sembra rendersi conto che se c'è la famigerata carta stampata che
parla all'intelletto della gente, esistono anche linguaggi più
sofisticati, che giungono direttamente al cuore. Il pericolo accennato dal
Deuteronomio esiste e la Chiesa d'ora in poi disciplinerà i propri
artisti, ma ciò non toglie che il cristiano, a differenza dell'ebreo
“errante” a cui originariamente era destinata la legge, sia abituato a
muoversi in uno spazio che oggi definiremmo «multimediale», in cui le suggestioni culturali non
vengono soltanto dalla parola, che pure la stampa ha
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recentemente
potenziato, ma dalla musica, dal canto, dalla pittura, dalla scultura a
tutto tondo, dall'architettura, dal godimento della natura stessa, così
come l'Umanesimo italiano ha appena insegnato. L'estrema modernità della
scelta cattolica, anche se non da tutti compresa e ben gestita, consiste
nella decisione di avvalersi di tutta la cultura che
l'Europa ha prodotto negli ultimi 1500 anni, analizzando e giudicando
tutto, è vero, ma senza scartare nulla a priori.
Non mancano anche fra i cattolici gli asceti intransigenti che
sanno rinunciare a ogni cosa, basta pensare a San Francesco o a Santa
Teresa, ma a differenza di tante sette di riformatori dell'uno o
dell'altra parte, la Chiesa cattolica nel suo insieme si rifiuta di
respingere come malvagia in sé qualsiasi forma d'arte, e in primo luogo
la tanto deprecata pittura, ma crede fermamente nella possibilità di
distinguere in ogni prodotto della mente umana un aspetto positivo come
tale perseguibile e uno negativo, che va eliminato.
La lotta contro il male dunque condannerà l'arte frivola e
licenziosa, ma saprà usare per i propri scopi ogni forma d'arte positiva.
Naturalmente questo nuovo :scopo la modifica profondamente,
limitando la completa libertà espressiva goduta fino a quel momento. Le
opere destinate alle chiese vengono infatti sottoposte alla sorveglianza
dei teologi e i pittori, specialmente nelle imprese di una certa
importanza, sono obbligati ad attenersi strettamente alle istruzioni dei
loro consiglieri ecclesiastici.
Il fenomeno è ulteriormente complicato dal fatto che la «scelta
cattolica» è accettata e condivisa dai grandi Stati assolutisti che
proprio allora stanno nascendo, per i quali la religione stessa diventa a
sua volta non tanto o non sempre un valore in sé quanto efficace
strumento per la propria politica sempre espansionistica e accentratrice.
In altre parole: i sovrani cattolici difendono il Papa, è ovvio, ma
utilizzano anche la fede come strumento di autolegittimazione, nonché di
controllo sui sudditi, in nome di una preoccupazione per l'ortodossia che
non sempre è sincera.
Apparentemente la pittura è l'arte più direttamente interessata
dalla polemica in atto e la più docile a trasformarsi in strumento di
propaganda, ma in questo periodo, storico tutta la concezione del viver
civile s'andò profondamente modificando e tutte le arti vennero chiamate
a dar sostegno alle opposte teorie che agitavano l'Europa: la musica, la
scultura, l'architettura.
Quest'ultima, in particolare, si presta a garantire l'immagine dì
prestigio e di potenza che da sempre è legata ai grandi edifici pubblici
e privati e s'inserisce dunque a pieno diritto all'interno d'una dinamica
politica ben precisa; i regnanti vogliono sottolineare con tutti i mezzi
la loro posizione predominante rispetto alla vecchia aristocrazia feudale,
mentre la Chiesa ha bisogno di dare un'immagine visibile di quella che un
giorno sarà la potenza celeste. La famosa «città ideale», questione
che aveva entusiasmato gli architetti umanisti, si presta a diventare
l'immagine apparente del potere temporale, nonché il simbolo di quella
che un giorno sarà la «città di Dio».
Proprio in quegli anni il Vaticano sente dunque l'esigenza di
cambiare radicalmente la propria immagine. In realtà il progetto di
demolire la basilica medievale di San Pietro per far posto a una nuova
costruzione data al 1506 ed è concepito da Giulio II della Rovere, che
affida l'opera a Donato Bramante, ma pochi anni dopo muoiono sia il papa
che l'architetto, mentre il «sacco di Roma», nel 1527, sembra negare per
sempre il primato spirituale della Città Eterna. Per tutta risposta Paolo
III Farnese decide di trovare, nonostante tutto, i mezzi per proseguire il
rinnovamento esterno che si presta bene a rappresentare quello spirituale
già in atto: la nuova costruzione doveva essere espressione materiale
della santità, della potenza e della bellezza del cattolicesimo,
superando in splendore e bellezza tutte le chiese del mondo. Nel 1536 il
Papa confermò nella carica di Architetto Capo della Fabbrica di San
Pietro Antonio Cordini, detto comunemente Antonio da Sangallo il Giovane e
gli diede ordine di preparare un nuovo progetto e di attendere, nel
frattempo, al restauro e al consolidamento delle fondazioni e delle altre
strutture bramantesche, che, esposte alle intemperie e prive delle mura
che avrebbero dovuto sostenerle, presentavano già lesioni. Il Sangallo
provvedeva dunque, in tre anni circa, alla realizzazione di un nuovo
modello ligneo, che il 2 dicembre 1546 fu aspramente criticato da
Michelangelo, fautore di un ritorno all'originario progetto del Bramante,
con l'ardita cupola che fu terminata solo dopo la morte dell'artista e che
avrebbe improntato di sé l'intero panorama urbanistico di Roma,
diventando il simbolo del nuovo cattolicesimo completamente accentrato
nella figura del Papa.
Michelangelo rivoluzionò la concezione della figura umana a
Firenze(cartone della Battaglia di
Cascina) e a Roma (volta della Cappella Sistina)
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