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La Venere di Tiziano
“Quando
sente pronunciare la parola rinascimento il sognatore della bellezza
antica vede porpora ed oro” dice Johann Huizinga
Il che, abbinato al concetto di individualismo come premessa al mondo
moderno elaborato da Burkhardt nel 1860, introduce il lettore in una terra
ricca e colta: un’Italia in delicato equilibrio tra Firenze e Roma,
ammantata di giardini e monumenti marmorei, abitata da principi,
avventurieri e donne splendide, che producono capolavori artistici
dall’inquietante bellezza pagana… se adottiamo questa visione ormai
classica, illustrata tra l’altro da non pochi fortunati films degli anni
sessanta, atti ad inserire Michelangelo e Lucrezia Borgia
nell’immaginario del grosso pubblico, non resta gran posto per Venezia,
nell’avventura rinascimentale, se non appunto come modesta importatrice
di porpora, perché l’oro si comprava meglio nel nuovo mondo.
Con
la scoperta dell’America, infatti, la storia tradizionale fa iniziare la
decadenza della Serenissima Repubblica, trovandosi in non poco imbarazzo
nel seicento, quando resta, con Genova, l’unico esempio di città-stato
indipendente della penisola ed è così poco decaduta da continuare a
produrre ed esportare arte d’altissimo livello in tutte le corti
d’Europa, nonché ad opporsi all’avanzata dei Turchi, che nel 1529 ed
ancora nel 1683, anche se non tutti i libri di Storia amano ricordarlo,
arrivano alle porte di Vienna.
Meglio
il settecento, quando la potenza ottomana china il capo di fronte al
colonialismo europeo ed entra nel novero degli esotici “paradisi
d’oriente”, l’impero asburgico, con la rassicurante presenza della
cattolicissima e feconda MariaTeresa custodisce i confini d’oltralpe e
la città adriatica è ormai una meta turistica di lusso e come tale
soggetta a corruzione. Il fatto che il patriziato e la borghesia
intellettuale cittadina, come Casanova e Goldoni, tanto per far due nomi
noti a tutti, si volgano fiduciosamente verso la Francia nonostante il
pericolo della Rivoluzione, ne accresce la fama di città frivola, bella
finché si vuole, ma inutile.
Analisi
basata in fondo sulla premessa iniziale, il binomio individualismo e
modernità elaborato da Burckhardt, che relega tutto il medioevo in una
specie di sonno della ragione in cui l’individuo, inglobato nelle
corporazioni devozionali, non aveva spazio per una vita propria. E
Venezia, coi suoi mille anni di storia repubblicana cresciuta all’ombra
della Chiesa, col fasto bizantino delle reliquie ed il gusto medioevale
delle processioni, pare l’incarnazione vivente d’una civiltà basata
sull’apparenza.
“Quello
che manca qui” lamenta appunto Burckhardt
“è l’attività letteraria in generale e specialmente l’entusiasmo
per l’antichità classica...non s’incontrano per tutto il secolo XIV
che sole opere di teologia, di giurisprudenza e di medicina, con qualcuna
di storia; ed anche nel XV l’umanesimo non vi è, in paragone
all’importanza della città, se non assai scarsamente rappresentato...
lo spirito artistico dell’epoca del Rinascimento vi appare come
importazione estera e non comincia a dar frutti nella pienezza della sua
potenza se non sul finire del secolo XV”
Questa
mancanza di fervore umanistico, unito al particolare regime repubblicano
ed autonomo in mezzo a tante signorie d’Italia che più o meno
apertamente s’appoggiano allo straniero, non concilia certo molte
simpatie a Venezia, che è sospettata, a ragione o a torto, di voler
imporre all’Italia il proprio predominio politico, così come ha già
fatto sull’Adriatico e la diffidenza verso la città, già suggerita da
Machiavelli, sfocia in opposizione aperta nel 1508 con la lega di Cambray,
cappeggiata dalla Francia, che portò all’offensiva del 14 maggio 1509
ed alla sanguinosa sconfitta di Agnadello.
S’apre
così il lungo crepuscolo della Serenissima, colorato appunto di porpora
ed oro inutilizzabili, come i riflessi d’un tramonto lagunare e se a
qualcuno sembra poco credibile una decadenza durata due secoli, ecco John
Ruskin portarli addirittura a tre, identificando tutta la forza e la
potenza della città con la sobria vita marinara e repubblicana e
cancellando come decadenti gli affreschi di Tiziano e Tintoretto.
A
contrastare questa visione d’insieme si leva, inaspettata, la voce
d’un testimone oculare, che ama servirsi dei pittori veneziani: il 26
aprile del 1498 Isabella d’Este, marchesa di Mantova, scrive all’amica
Cecilia Gallerani Bergamini-Visconti di prestarle il ritratto eseguitole
da Leonardo, per confrontarlo con quelli di Bellini, ritenuto da molti
troppo “all’antica” per partecipare al fenomeno rinascimentale, e
che invece a Mantova trova posto accanto al Perugino e Leonardo. Il
vecchio pittore veneziano intrattiene una corrispondenza aperta e vivace
coi nobili committenti, che tratta quasi da pari a pari: il 12 ottobre del
1497 aveva addirittura rifiutato a Francesco Gonzaga la raffigurazione di
Parigi richiesta, perché non avendo mai visto la città non riteneva di
poter fare un buon lavoro, mentre nel corso del 1501 portava a termine un
San Domenico per Alfonso d’Este, che gli commissionava in seguito il
“Festino degli Dei”, quadro innegabilmente rinascimentale per tema e
realizzazione.
E
non è tutto… il 25 ottobre 1510 la marchesa è già al corrente della
morte del tutto improvvisa del Giorgione e scrive al suo agente a Venezia,
Taddeo Albano, di procurarle a qualsiasi prezzo una “nocte”=Natività,
che dovrebbe far parte dell’eredità del pittore. Il sette novembre
Taddeo risponde confermando la morte del pittore, ma comunica anche che i
quadri da lui dipinti non sono affatto in vendita.
Infine
nel 1534 Isabella si scontra, sia pure solo per lettera, con Tiziano, che
non voleva saperne d’eseguirle il ritratto basandosi sul dipinto di
Francesco di Francia del 1511 e voleva invece effettuare le tradizionali
sedute di posa, anche se nel frattempo la marchesa era invecchiata. A tal
proposito va osservato che la pittura veneziana col “Ritratto di
cavaliere” eseguito da Carpaccio nel 1510 aveva prodotto il primo
ritratto a figura intera di tutta la penisola. Alla base di tali
schermaglie sta forse il cattivo uso delle corti di considerare umanisti e
pittori come giocattoli, ma anche la ferma determinazione dei Veneziani a
contrastare per quanto possibile quest’abitudine.
La
pubblicazione dei carteggi originali dei grandi protagonisti del
Rinascimento, avvenuta soprattutto a partire dal primo dopoguerra, ha
messo seriamente in discussione la visione del Burckhardt: il Rinascimento
non appare affatto popolato di grandi personalità emergenti in lotta
contro una maggioranza asservita, al contrario senza un alto tenore di
vita cittadino ed un mercato ben fornito a cui appoggiarsi, gran parte
della produzione artistica cinquecentesca sarebbe addirittura impensabile,
anzi la stessa divisione tra arte vera e propria ed artigianato sembra
cadere di fronte a certi capolavori d’oscuri ebanisti o d’abili
ricamatrici e merlettaie che fioriscono ininterrottamente per tutto il
seicento. Certamente abbiamo maggiori possibilità di comprensione se ci
stacchiamo dalla politica dei principati ed intendiamo come Rinascimento
un più globale slancio verso l’antichità, fatto di ricupero di valori
e di una loro rilettura in chiave moderna; Ernst Gombrich
per esempio, propone di non considerarlo più come un periodo, ma come
movimento culturale. Prodotto d’una minoranza, questo è certo, ma che
poteva attingere al lavoro d’artigiani attrezzati per offrire prodotti
di lusso e quindi sostanzialmente fenomeno urbano e non rurale,
impensabile senza lo sviluppo della vita cittadina verificatosi
nell’Italia del XII e XIII secolo, nutrito dal commercio tra l’Europa
feudale ed il Medio Oriente arabo. Un frutto della civiltà mercantile,
nonostante lo splendore, in parte artefatto, delle dimore di campagna e la
grande riscoperta dei giardini “alla romana” dove i signori si
dilettavano d’ozi filosofico-letterari.
In
questa nuova accezione Venezia assume dunque un ruolo importantissimo,
perché come potenza navale, costituì un’importante punto d’incontro
tra la civiltà tedesca, che transitava dalle Alpi e quella bizantina, da
cui era nata, anzi s’attivò presto per essere non soltanto un anonimo
spazio di transito, ma un interlocutore aperto alle sollecitazioni delle
diverse realtà culturali ospitate.
Peter
Burke toglie a Firenze gran parte della sua centralità in un fenomeno
decisamente più vasto, fino ad arrivare alle affermazioni d’Elisabeth
Einstein, secondo la quale il Rinascimento cinquecentesco ebbe tanto
successo rispetto a quello carolingio o alla rinascita del XII secolo,
solo perché poté avvalersi dell’uso della
Continua
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