Il
prof. Lorenzo Qilici, dell'Università di Bologna, nel suo recente volume "Carta Archeologica della
Valle del Sinni, fascicolo 6°" descrivendo il sito 676, cioè la
grande porta del Pollino, dice che, appena entrati in essa, sorgono due
poggi di notevole altezza, coperto il primo da uno spettacolare bosco di
pini loricati, mentre sull'altro predomina a macchia il faggio.
Il materiale ceramico rinvenuto documenta la frequentazione del sito nella
prima metà del ferro ma non certo un'occupazione stabile, data l'alta
quota e il rigore dei climi invernali, il che spiega forse un alpeggio per
il bestiame o una postazione di caccia. Tutto questo è interessante
archeologicamente, ma maggiore interesse riserva il sito successivo,
quello della Madonna del Pollino. Il Santuario, dice il Quilici, sorge
sulla cima di una potente costola montana , la cresta del Pollino, che
delimita il versante ovest di quel massiccio.
La cresta scende fino alle sorgenti del Frido, le quali scaturiscano dal
vertice inferiore della montagna forniscono oggi di acqua gran parte dei
paesi posti a valle, compresi anche paesi posti lungo il Sinni. A mezza
altezza, lungo la dorsale e a quota 1537, sorge la chiesa della Madonna
del Pollino, uno dei santuari più famosi della Basilicata e della
Calabria.
Per quasi tre secoli, fino ad alcuni decenni fa, dal giovedì al sabato
precedenti la prima domenica di luglio, il santuario richiamava folle di
devoti provenienti anche dalla Campania e dalla Puglia, con rotte di
pellegrinaggio che richiedevano giorni e giorni di cammino sui più
impervi sentieri e che facevano capo ai paesi di Terranova,di San Severino
Lucano, Viggianello e frascineto. Il ritoera tra i più primitivi,
espressione della misera e semplicità popolare più arcaica: fino a
10.000 persone e una quantità incredibile di muli e di asini si
accompagnavano in ricoveri occasionali di rami e di frasche. I
devoti esprimevano le proprie speranze materiali in una grande festa di
rito pagano, tra canti, musiche primordiali di zampogna e di cornamusa,
con danze come la pecorara e la tarantella, bivacchi e fuochi di
artificio; oltre alle provviste che ogni nucleo familiare portava con sé,
si macellava e si vendeva carne ovina in spacci improvvisati coperti di
frasche, provvisti di recinti con l'esposizione degli animali vivi:
nell'opulenza dei banchetti si esorcizzava la fame e la miseria passata e
futura. Altre baracche completavano la fiera non solo di alimentari, ma di
stoffe, lane, ombrelli e piccola oreficeria. Le baracche più sugestive
erano quelle degli ex voto, con riproduzione in cera di gambe, piedi,
seni, occhi... e intere figure di neonati.
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Il culmine della festa è tuttora il
sabato con la messa solenne; subito dopo si procede alla gara d'incanto per
l'onore di trasportare il bambinello con la statua della Madonna nella
spettacolare processione che percorre il pianoro.
La statua, conservata d'inverno nella parrocchiale di San Severino Lucano,
è traslata al Santuario del Pollino il primo sabato di giugno e ricondotta
poi, a festa ultimata, in paese il primo sabato di settembre di ogni anno.
Apprezziamo la felice descrizione dei particolari fatta dal Quilici che, da
squisito archeologo quale egli è si trasforma in attento osservatore di
alcuni aspetti di quella che è la condizione umana, di una materia cioè
che più particolarmente può riguardare l'etnografia.
Sul Monastero del Sagittario, invece si sofferma con ampi dati illustrativi
e di riscontro archeologico e storico, sempre nello stesso volume, la
studiosa Giuseppina Renda. Descrivendo la zona del sito 682, meglio
conusciuta col nome di contrada del Sagittario, la Renda dice che la stessa
è caratterizzata da una serie di pianori terrazzati alla confluenza tra il
Frido e il torrente Caramola. Al centro della contrada sorgono le rovine
dell'abbazia di Santa Maria del Sagittario, eretta nel 13° secolo dai
monaci benedettini. Da una nota esplicativa rileviamo che il Monastero del
Sagittario fu promotore, nel tempo, di iniziative oltre che religiose anche
economiche, culturali ed artistiche: i monaci furono particolarmente
attivi in ambito economico, con la coltivazione intensiva dei feudi
dell'immenso patrimonio silvo-pastorale di quel comparto territoriale.
L'abbazia fu artefice, inoltre, della costruzione di masserie e grance sorte
per fini agricoli, ed anche dell'edificazione di numerosi mulini alimentati
dalle acque del Sinni e dei suoi affluenti.
Il detto monastero ebbe un notevole peso nella storia di questi luoghi
lucani fino al 1808, anno della sua soppressione. I resti oggi visibili
dell'abbazia si riducono al campanile della chiesa dedicata alla Vergine e a
poche altre cose. Una delle attività preminenti della comunità religiosa
fu l'allevamento del bestiame a cui sembra collegata la presenza del
cosiddetto "latteodotto", una conduttura popolarmente riferita al
trasporto del latte che partendo dall'abbazia arrivava al convento del
Ventrile, situato alla confluenza del Frido con il Sinni.
Di notevole importanza archeologica risulta, inoltre, il materiale ceramico
rinvenuto all'interno della cinta muraria e sulle balze rivolte verso la
valle del Frido.
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