logo_fen_mini.jpg (4384 byte) Pagina 4

IL SANTUARIO DELLA MADONNA DEL POLLINO
di Michele Crispino

Il prof. Lorenzo Qilici, dell'Università di Bologna, nel suo recente volume "Carta Archeologica della Valle del Sinni, fascicolo 6°" descrivendo il sito 676, cioè la grande porta del Pollino, dice che, appena entrati in essa, sorgono due poggi di notevole altezza, coperto il primo da uno spettacolare bosco di pini loricati, mentre sull'altro predomina a macchia il faggio.
Il materiale ceramico rinvenuto documenta la frequentazione del sito nella prima metà del ferro ma non certo un'occupazione stabile, data l'alta quota e il rigore dei climi invernali, il che spiega forse un alpeggio per il bestiame o una postazione di caccia. Tutto questo è interessante archeologicamente, ma maggiore interesse riserva il sito successivo, quello della Madonna del Pollino. Il Santuario, dice il Quilici, sorge sulla cima di una potente costola montana , la cresta del Pollino, che delimita il versante ovest di quel massiccio.
La cresta scende fino alle sorgenti del Frido, le quali scaturiscano dal vertice inferiore della montagna forniscono oggi di acqua gran parte dei paesi posti a valle, compresi anche paesi posti lungo il Sinni. A mezza altezza, lungo la dorsale e a quota 1537, sorge la chiesa della Madonna del Pollino, uno dei santuari più famosi della Basilicata e della Calabria.
Per quasi tre secoli, fino ad alcuni decenni fa, dal giovedì al sabato precedenti la prima domenica di luglio, il santuario richiamava folle di devoti provenienti anche dalla Campania e dalla Puglia, con rotte di pellegrinaggio che richiedevano giorni e giorni di cammino sui più impervi sentieri e che facevano capo ai paesi di Terranova,di San Severino Lucano, Viggianello e frascineto. Il ritoera tra i più primitivi, espressione della misera e semplicità popolare più arcaica: fino a 10.000 persone e una quantità incredibile di muli e di asini si accompagnavano in ricoveri occasionali di rami e di frasche. 
 I devoti esprimevano le proprie speranze materiali in una grande festa di rito pagano, tra canti, musiche primordiali di zampogna e di cornamusa, con danze come la pecorara e la tarantella, bivacchi e fuochi di artificio; oltre alle provviste che ogni nucleo familiare portava con sé, si macellava e si vendeva carne ovina in spacci improvvisati coperti di frasche, provvisti di recinti con l'esposizione degli animali vivi: nell'opulenza dei banchetti si esorcizzava la fame e la miseria passata e futura. Altre baracche completavano la fiera non solo di alimentari, ma di stoffe, lane, ombrelli e piccola oreficeria. Le baracche più sugestive erano quelle degli ex voto, con riproduzione in cera di gambe, piedi, seni, occhi... e intere figure di neonati.

Il culmine della festa è tuttora il sabato con la messa solenne; subito dopo si procede alla gara d'incanto per l'onore di trasportare il bambinello con la statua della Madonna nella spettacolare processione che percorre il pianoro. 
La statua, conservata d'inverno nella parrocchiale di San Severino Lucano, è traslata al Santuario del Pollino il primo sabato di giugno e ricondotta poi, a festa ultimata, in paese il primo sabato di settembre di ogni anno.
Apprezziamo la felice descrizione dei particolari fatta dal Quilici che, da squisito archeologo quale egli è si trasforma in attento osservatore di alcuni aspetti di quella che è la condizione umana, di una materia cioè che più particolarmente può riguardare l'etnografia.
Sul Monastero del Sagittario, invece si sofferma con ampi dati illustrativi e di riscontro archeologico e storico, sempre nello stesso volume, la studiosa Giuseppina Renda. Descrivendo la zona del sito 682, meglio conusciuta col nome di contrada del Sagittario, la Renda dice che la stessa è caratterizzata da una serie di pianori terrazzati alla confluenza tra il Frido e il torrente Caramola. Al centro della contrada sorgono le rovine dell'abbazia di Santa Maria del Sagittario, eretta nel 13° secolo dai monaci benedettini. Da una nota esplicativa rileviamo che il Monastero del Sagittario fu promotore, nel tempo, di iniziative oltre che religiose anche economiche, culturali ed artistiche: i monaci  furono particolarmente attivi in ambito economico, con la coltivazione intensiva dei feudi dell'immenso patrimonio silvo-pastorale di quel comparto territoriale. L'abbazia fu artefice, inoltre, della costruzione di masserie e grance sorte per fini agricoli, ed anche dell'edificazione di numerosi mulini alimentati dalle acque del Sinni e dei suoi affluenti.
Il detto monastero ebbe un notevole peso nella storia di questi luoghi lucani fino al 1808, anno della sua soppressione. I resti oggi visibili dell'abbazia si riducono al campanile della chiesa dedicata alla Vergine e a poche altre cose. Una delle attività preminenti della comunità religiosa fu l'allevamento del bestiame a cui sembra collegata la presenza del cosiddetto "latteodotto", una conduttura popolarmente riferita al trasporto del latte che partendo dall'abbazia arrivava al convento del Ventrile, situato alla confluenza del Frido con il Sinni. 
Di notevole importanza archeologica risulta, inoltre, il materiale ceramico rinvenuto all'interno della cinta muraria e sulle balze rivolte verso la valle del Frido.

pagina 3

sommario

pagina 5