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disprezzo
per la tirchieria spagnola.
Venezia bella e amata: un mito che proprio allora cominciava a
delinearsi, secondo i dettami del Rinascimento, che avevano già ispirato
agli Estensi di riallacciarsi all’Eneide e di vantare origini troiane,
come Roma.
La città di mercanti non aveva, s’è visto, ne’ Virgilio ne’
Ariosto al suo servizio, ma curiosamente questo incoraggiò il mito a
cercarsi sorgenti più profonde, inventandosi radici storiche o dilatando
gli accadimenti reali laddove mancava la penna d’un poeta.
Marc’Antonio Sabellico, Bernardo Giustiniani e Martino da Canal
in tempi e toni diversi, s’ingegnarono d’accordare le teorie
circolanti con una versione che voleva appunto la città fondata dai
Troiani in fuga, non direttamente, ma attraverso Padova ed Aquileia, che
poi, minacciate dagli Unni, s’erano trasferite sulle lagune. Analoga, ma
più fantasiosa, l’ascendenza gallica. In tutti i casi agli albori del V
secolo i nobili Troiani ormai naturalizzati in Europa avevano fondato una
nuova città che sarebbe rimasta per sempre vergine dalle invasioni
barbariche.
La caratteristica peculiare del mito consiste infatti nel lento
emergere di una personalità femminile, rispondente appunto al nome di
Venezia, che anima la città: legata a Venere, favorita da Nettuno,
consacrata dall’antico legame con San Marco, questo nume tutelare non ha
una vita propria indipendente, che sarebbe facilmente confutabile, ma
ispira le principali feste, rigorosamente soggette al calendario
liturgico.
Il mito della fondazione il 25 marzo, per esempio, concilia bene la
cristianissima festa dell’Annunciazione, sacro accadimento rappresentato
in tutte le chiese veneziane, con la data un tempo riservata
all’incontro tra Marte dio della vegetazione e poi della guerra a cui
era dedicato il mese di marzo, e Venere, regina dell’Amore fecondo
festeggiata soprattutto con lo sbocciare dei fiori d’aprile.
E non a caso Venezia rappresenta Venere addormentata.
La prima menzione di questa figura è del 1525, quando Marcantonio
Michiel vide in casa di Gerolamo Marcello un dono di nozze particolarmente
prezioso: “La tela della Venere nuda che dorme in un paese cum Cupidine,
fo de mano de Zorzo da Castelfranco, ma lo paese et Cupidine forono finiti
da Tiziano”
Attualmente i critici riconoscono quasi all’unanimità questo
quadro nella così detta “Venere di Dresda” dal nome della città dove
si trova, dopo essere stato acquistato, nel 1697, da re Augusto di
Sassonia. Ha subito molte vicissitudini e tra l’altro è scomparso il
bambino, che è stato ricoperto in epoca imprecisata per far posto ad un
più vasto spazio di prato. Un restauro radicale effettuato nel 1843, con
trasferimento di tutto il dipinto su nuova tela, lo ha riportato alla
luce: si tratta di un piccolo Eros seduto ai piedi della madre ed intento
a giocare con un uccellino; purtroppo le sue condizioni erano tanto
precarie che è stato necessario ricoprirlo nuovamente.
Quando è stato dipinto? Accettando l’opinione più accreditata
dai critici, che attribuiscono la figura di donna e la parte sinistra del
paesaggio a Giorgione, mentre i drappi distesi sull’erba, i casolari
sulla destra ed il Cupido sarebbero opera di Tiziano, dovremmo pensare che
quest’ultimo fosse intervenuto dopo la morte improvvisa del Giorgione,
avvenuta tra il 1510 ed il 1511.
Pignatti però
ipotizza invece che con la causa intentata dal pittore alla Senenissima
nel 1508 a proposito del compenso meritato per gli affreschi del Fondaco
dei Tedeschi, sia iniziato un periodo di crisi e che il dipinto sia
rimasto incompiuto per questo motivo.
In ogni caso quarant’anni circa separano questa Venere dormiente dalla famosissima
“Nascita di Venere del Botticelli” dipinta molto probabilmente nel
1478 ed in questo periodo matura e si consolida la differenza tra il
Rinascimento fiorentino, fenomeno eminentemente politico e destinato in
qualche modo ad appoggiarsi al governo di Lorenzo de Medici e quello
veneziano: tardivo, ambiguo, apparentemente addormentato, ma proprio per
questo destinato a trasmettersi quasi intatto attraverso i famosi tre
secoli di “decadenza”.
Forse questa Venere ne è un po’ il simbolo.
A
differenza di quella Botticelliana, frutto della lettura attenta di Ovidio
(Metamorfosi II, 27 e Fasti V, 217), tranne forse per il mare, un po’
troppo tranquillo, quasi nordico, che ha ben poco a che vedere con quello
da cui dovrebbe essere nata la dea, la donna del Giorgione, a prima vista,
non ha nulla che la faccia identificare come Venere, tanto che alcuni
critici negavano la sua identità prima che apparisse Cupido.
Così
com’è la tela potrebbe illustrare un motivo molto caro ai neoplatonici
del primissimo Cinquecento: la ninfa dormiente della Hypnerotomachia
Poliphili = Lotta d’amore, in sogno, di Polifilo di Francesco Colonna.
In tutta la pittura medioevale infatti il nudo sta a significare l’anima
spoglia dai condizionamenti terreni. Chi dorme poi ha abbandonato anche la
razionalità che lo sostiene durante lo stato di veglia, che normalmente
impedisce all’uomo d’abbandonarsi al divino realizzando la condizione
d’estasi.
Il
dipinto dunque rappresenta un sonno estatico, quasi in grado d’arrestare
il normale fluire del tempo. È importante notare come la luce non crei
ombre sul corpo di donna, come fosse immateriale.
La
scelta d’un soggetto femminile si collega all’implicita idea di
fecondità passiva dell’anima, che non si salva per forza propria, ma
solo quando è totalmente abbandonata a Dio. Giova ricordare che la ninfa
della mitologia greco-romana non è ne’ una persona ne’ una divinità,
ma un’emanazione stessa della natura, collegata al tema dell’acqua
come elemento indispensabile della fecondità terrestre, semplice realtà
divinizzata, mentre Venere è una dea ben precisa, con caratteristiche e
poteri codificati. L’Afrodite greca, da cui il culto romano di Venere è
in gran parte suggestionato, è una delle più potenti divinità
dell’Olimpo, anche perché non giunge mai a contrasto aperto con
l’autorità di Zeus.
A
ben guardare nessuno dei tradizionali attributi di Venere appare nel
quadro del Giorgione. L’ambiente agreste, sereno, ma deserto, potrebbe
ricordare piuttosto un bosco sacro a Diana o a Dioniso. L’azione però
non si svolge nel folto d’un bosco, ma ai suoi margini, secondo una
tematica molto cara al pittore, che ha fatto parlare di malinconia
crepuscolare. In realtà la figura dormiente è quanto di più sereno si
possa immaginare, lo stesso crepuscolo rosato, perfettamente immobile,
potrebbe preannunciare l’avvento delle tenebre come quello dell’aurora
o più ancora il completo affrancamento dal fluire del tempo, perché
l’anima addormentata ha già trovato in se’ la luce e vi si abbandona
pienamente, secondo la concezione dell’amor platonico, elaborata proprio
in quegli anni da Leone l’Ebreo, ben noto nei circoli frequentati da
Giorgione e quindi da chi aveva commissionato il quadro.
Quando
però ai piedi della ninfa gioca Cupido l’identificazione è certa:
siamo di fronte a Venere, ma non già la dea capricciosa descritta da
Ovidio, bensì la fonte feconda dell’amore secondo Platone, che trovava
proprio a Venezia, come s’è visto, lo spazio per rinascere e
riproporsi.
La
fortuna di quest’immagine nella pittura veneziana basta da sola a
testimoniare quanto il tema fosse noto ed amato. Nel tempo anzi la Venere
si fa sempre più manifesta, fino ad identificarsi perfettamente con
l’augurio di fecondità. Ecco per esempio la “Venere e Cupido” che
Lotto dipinge a Bergamo, sempre per un matrimonio, tra il 1513 ed il 1526,
quadro attualmente conservato al Metropolitan Museum di New York. Lotto
era nato a Venezia, dove si era formato. La sua Venere porta un solo
orecchino, come le ragazze d’oggi, ma la corona d’oro tempestata di
pietre preziose e soprattutto di perle, da cui parte il leggero velo
bianco è l’acconciatura caratterstica delle spose veneziane così come
la rappresenterà qualche anno più tardi Cesare Vecellio nei suoi
“Habiti antichi e moderni” Sulla sua testa è sospesa una conchiglia,
simbolo di Venere, appunto, mentre al suo fianco ritroviamo una rosa dello
stesso colore tenerissimo di quelle che piovevano sulla Venere del
Botticelli. Questa volta la dea non dorme, ma sorride a chi la guarda,
mentre fa giocare il bimbo con una coroncina di mirto, che ancora per un
secolo sarà simbolo nuziale, prima di venir sostituito coi più moderni
fiori d’arancio. Il Cupido però, forse per vendicarsi della poca
attenzione ricevuta, urina sul corpo della madre! Si tratta del famoso
“putto mingens”, chiara metafora sessuale ed augurio di fecondità
agli sposi.
Tiziano
dipinge due “nude dormienti”: una negli “Andrii” attualmente
esposto al Prado di Madrid ed una in “Antiope sorpresa da Giove” al
Louvre. La Venere coricata invece, pur diventando un tema caro alla
pittura del Cinquecento ed oltre, è sempre rappresentata perfettamente
sveglia.
Nel
marzo del 1538 in particolare Tiziano dipinge una Venere per Guidobaldo
della Rovere, nota come “Venere d’Urbino” attualmente esposta agli
Uffizi di Firenze. A ben guardare si tratta di una copia esatta della
Venere di Dresda, ma calata inaspettatamente in tutt’altra realtà e
naturalmente sveglia, tanto da fissare i suoi ammiratori con uno sguardo
enigmatico e penetrante. La dea non sorge dal mare, ne’ è immersa nel
verde, ma adagiata su un letto dalle tende di velluto color smeraldo;
lontano, nella stanza, due donne le stanno preparando dei vestiti. Cupido
è di nuovo scomparso ed il messaggio d’amore è assegnato alle rose
rosso fiamma che la Venere tiene vezzosamente in mano, nonché ad un
cagnolino addormentato, simbolo di fedeltà (richiesta, beninteso, non
certo data).
Che
l’amore sia o meno fecondo non interessa più a nessuno.
In
meno di cinquant’anni il simbolismo rinascimentale s’è completamente
evoluto: siamo passati dalla filologica documentazione del testo
d’Ovidio al tentativo di una lettura esoterica in chiave
mistico-platonica, per approdare a quel famoso Rinascimento di porpora ed
oro tanto caro a Huizinga
Il
31 ottobre 1517 Lutero ha pubblicato le sue tesi, tracciando una
demarcazione esatta tra sacro e profano. Tutta la vita rinascimentale fu
posta in discussione e la pittura si trovò al primo posto tra gli idoli
da eliminare. Qualsiasi orientamento spirituale che non venisse
direttamente dalla Bibbia fu dichiarato sospetto dai riformatori, mentre
la Chiesa cattolica, insistendo per conservare la propria tradizione, che
aveva fatto del linguaggio pittorico uno strumento devozionale, fu
costretta a renderlo inattaccabile ed ortodosso con una rigida opera di
depurazione. Nacque così la distinzione, sino a qualche anni prima
inconcepibile, tra pittura religiosa e laica, che poteva illustrare le
allegorie pagane solo a patto di dichiararle innocue citazioni filologiche
Se Tiziano continua a produrre questo tipo di pittura, è sollecito a
spiegare in tutte le sue lettere che si tratta di “favole”, quadri di
carattere esclusivamente ludici, ben distinti dalle opere religiose, per le
quali s’attiene esattamente ai dettami della Controriforma.
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