|
Un
volto nuovo, anzi diverso, poco conosciuto per non dire sconosciuto, è
quello che ci accingiamo a presentare, e non per arbitraria interposizione
della nostra fantasia inventiva, ma per sollecitazioni e spinte che ci
pervengono dal libro di Lorenzo Quilici, illustre professore della
cattedra di Topografia dell'Italia Antica dell'Università di Bologna.
Il libro reca il Titolo di "Carta Archeologica della valle del
Sinni" recentemente pubblicato.Dalla lettura attenta e meditata di
tale testo emerge un territorio, di Colobraro, diverso da quello
abitualmente conosciuto dai più, stimolante e ricco di eventi e notizie
che si leggono in chiave storica, o più propriamente archeologica, e
tutto questo per quanto riguarda i primi insediamenti abitativi, la vita
economica, le abitudini e le usanze dei nostri antenati vissuti dai secoli
7° e 6° prima di Cristo fino a tutto il basso medioevo. La storia del
paese che noi conosciamo ci rimanda intorno all'anno Mille d.Ch., al tempo
cioè dei monaci basiliani provenienti da oltremare e più precisamente
dal vicino Epiro (Grecia o Albania che sia), allorchè l'imperatore di
Bisanzio Leone III detto Isaurico cominciò a perseguitare i monaci che
veneravano le immagini sacre, costringendoli a ripararsi sulle coste
italiane.
Per non disperdere troppo i dati storici in possesso e confrontarli
con quelli anteriori, diciamo che l'età del Bronzo medio sembra essere il
tempo in cui comincia a pullulare una certa vita abitativa lungo la valle
del Sinni. Per quanto riguarda il territorio di Colobraro, conviene
partire dalla contrada Valle del Gallo e zone assai limitrofe in cui si
riscontrano tracce più che consistenti di fattorie del tipo
ellenistico-lucano, assieme ad altre concentrate al sud e nel resto del
territorio colobrarese. Si contano più di 50 siti registrati e tutti di
notevole interesse archeologico, a giudizio del prof. Quilici e sua
nutrita equipe di studiosi che, un quinquennio fa, hanno perlustrato ed
esaminato attentamente i segni degli antichi insediamenti in tali zone. Le
prime comunità, in un miscuglio di elementi greci e lucani, là
concentratesi, erano piccoli gruppi di agricoltori dediti alla
coltivazione dei campi, all'allevamento del bestiame, alla produzione di
derrate alimentari (grano, vino, ed altro) che poi conservavano in via
autarchica o barattando con le comunità vicine.
È accertato che la prima formazione di questi gruppi di abitanti
trovasse spiegazione nella necessità di difesa da possibili invasori,
provenienti dal mare o dall'interno e con chiara vocazione alle ruberie,
ai saccheggi e devastazioni. I luoghi bassi e prossimi al fiume
erano quelli in cui la coltivazione agricola era possibile, per la
presenza di alcuni pianori e zone adatte all'allevamento, luoghi esposti
al sole ed alla mitezza del clima, mentre quelli posti al nord (leggi
Serre, Monte Calvario e Serra Cortina) venivano adibiti a posti di difesa,
a custodia di mandrie, a passi per l'alpeggio e per transiti interni.
Riconoscere la presenza di tanti siti, per lo più fatti di piccole ville
agricole occupate da qualche famiglia che ne era proprietaria, significa
cogliere il vero di una situazione storica che è comune.
|
a molti altri luoghi della
Lucania meridionale, alla valle del Sinni e più propriamente alla
Siritide, nel caso nostro.
Dire di quelli benefici fossero apportatori i Greci, prima quelli
provenienti dalla Magna Grecia e poi gli altri al tempo del dominio
bizantino in Italia, è cosa ben risaputa anche da chi non si intenda
molto di
storia antica.
La fattoria, insomma, costituiva una piccola unità abitativa di tipo
familiare, il cui intento primo era di condurre una pacifica esistenza
dedita al lavoro, alla coltivazione dei campi e all'allevamento di poco
bestiame, che favorisse il soddisfacimento dei bisogni primi degli
abitanti della zona, uomini per lo più pacifici, inermi e portati semmai
a difendersi, non ad offendere.
In una tale prospettiva che presenta diversi aspetti significativi, quali
anzitutto quello della lingua parlata, anche se il dialetto greco italiota
fosse predominante, poi gli utensili di lavoro usati, la presenza di
fornaci per la produzione di mattoni da costruzioni e vasellame vario, il
culto religioso di una qualche divinità (il cristianesimo, almeno nei secoli che
precedono la venuta di Cristo non era affatto esistente), è assai facile
immaginare quale fosse la loro vita e quali possibilità vi fossero di
migliorarla.
Eppure se ci fermiamo a certi usi ed abitudini, a certi manufatti ed
oggetti rinvenuti nei pressi dei piccoli abitati, ne deriva un vivo
senso del vivere e della civiltà da essi espressa, nelle forme che
certamente sono ben lontane da quelle raggiunte da noi.
Ci colpisce in particolare che tali piccoli nuclei di famiglie vivessero
con la casa accanto, il podere e il chiuso per gli animali da cortile e di
allevamento, soprattutto con delle tombe o piccole necropoli vicine, il
che induce a credere che avessero un certo grado di civiltà progredita. I
cimiteri verranno molto dopo, cioè quando gli abitanti riunitisi insieme
per meglio proteggersi e vivere un po' più al sicuro, si concessero ad
esempio una chiesa e consuetudini religiose assai vicine a quelle di oggi.
Il paese di Colobraro, quello storicamente accertato, si svilupperà
attorno all'anno Mille e sorgerà in zona abbastanza tranquilla per
evitare gli assalti dei nemici provenienti dal mare e dalle coste ioniche,
mentre la zona del convento, altro sito assai importante, rappresenta per
gli abitanti di allora il primo esempio di necropoli più vasta e meglio
sistemata, perché sorta non lontano dalla zona abitata.
La lettura della storia passata non è affatto di scarsa importanza o
puramente oziosa, anzi è vero il contrario perché un attento esame dei
vari materiali fossili e ceramici in genere è rivelatrice di molti
elementi di civiltà. In conclusione, la lettura del libro di Quilici ci
ha permesso di conoscere un volto antichissimo della Colobraro che noi
siamo abituati a considerare, volto che non si sostituisce affatto a
quello abitualmente visto, ma che porta certamente a valutare meglio le
origini ed il cammino di una civiltà progenitrice di quella
attuale e nella quale noi ci rispecchiamo e ci riconosciamo con modi
troppo disinvolti e talvolta anche superiori.
|