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UN VOLTO INSOLITO DEL PAESE DI COLOBRARO
di Michele Crispino

Un volto nuovo, anzi diverso, poco conosciuto per non dire sconosciuto, è quello che ci accingiamo a presentare, e non per arbitraria interposizione della nostra fantasia inventiva, ma per sollecitazioni e spinte che ci pervengono dal libro di Lorenzo Quilici, illustre professore della cattedra di Topografia dell'Italia Antica dell'Università di Bologna.
Il libro reca il Titolo di "Carta Archeologica della valle del Sinni" recentemente pubblicato.Dalla lettura attenta e meditata di tale testo emerge un territorio, di Colobraro, diverso da quello abitualmente conosciuto dai più, stimolante e ricco di eventi e notizie che si leggono in chiave storica, o più propriamente archeologica, e tutto questo per quanto riguarda i primi insediamenti abitativi, la vita economica, le abitudini e le usanze dei nostri antenati vissuti dai secoli 7° e 6° prima di Cristo fino a tutto il basso medioevo. La storia del paese che noi conosciamo ci rimanda intorno all'anno Mille d.Ch., al tempo cioè dei monaci basiliani provenienti da oltremare e più precisamente dal vicino Epiro (Grecia o Albania che sia), allorchè l'imperatore di Bisanzio Leone III detto Isaurico cominciò a perseguitare i monaci che veneravano le immagini sacre, costringendoli a ripararsi sulle coste italiane.
Per non disperdere troppo i dati storici in possesso e confrontarli con quelli anteriori, diciamo che l'età del Bronzo medio sembra essere il tempo in cui comincia a pullulare una certa vita abitativa lungo la valle del Sinni. Per quanto riguarda il territorio di Colobraro, conviene partire dalla contrada Valle del Gallo e zone assai limitrofe in cui si riscontrano tracce più che consistenti di fattorie del tipo ellenistico-lucano, assieme ad altre concentrate al sud e nel resto del territorio colobrarese. Si contano più di 50 siti registrati e tutti di notevole interesse archeologico, a giudizio del prof. Quilici e sua nutrita equipe di studiosi che, un quinquennio fa, hanno perlustrato ed esaminato attentamente i segni degli antichi insediamenti in tali zone. Le prime comunità, in un miscuglio di elementi greci e lucani, là concentratesi, erano piccoli gruppi di agricoltori dediti alla coltivazione dei campi, all'allevamento del bestiame, alla produzione di derrate alimentari (grano, vino, ed altro) che poi conservavano in via autarchica o barattando con le comunità vicine.
È accertato che la prima formazione di questi gruppi di abitanti trovasse spiegazione nella necessità di difesa da possibili invasori, provenienti dal mare o dall'interno e con chiara vocazione alle ruberie, ai  saccheggi e devastazioni. I luoghi bassi e prossimi al fiume erano quelli in cui la coltivazione agricola era possibile, per la presenza di alcuni pianori e zone adatte all'allevamento, luoghi esposti al sole ed alla mitezza del clima, mentre quelli posti al nord (leggi Serre, Monte Calvario e Serra Cortina) venivano adibiti a posti di difesa, a custodia di mandrie, a passi per l'alpeggio e per transiti interni.
Riconoscere la presenza di tanti siti, per lo più fatti di piccole ville agricole occupate da qualche famiglia che ne era proprietaria, significa cogliere il vero di una situazione storica che è comune.

a molti altri luoghi della Lucania meridionale, alla valle del Sinni e più propriamente alla Siritide, nel caso nostro.
Dire di quelli benefici fossero apportatori i Greci, prima quelli provenienti dalla Magna Grecia e poi gli altri al tempo del dominio bizantino in Italia, è cosa ben risaputa anche da chi non si intenda molto di storia antica.
La fattoria, insomma, costituiva una piccola unità abitativa di tipo familiare, il cui intento primo era di condurre una pacifica esistenza dedita al lavoro, alla coltivazione dei campi e all'allevamento di poco bestiame, che favorisse il soddisfacimento dei bisogni primi degli abitanti della zona, uomini per lo più pacifici, inermi e portati semmai a difendersi, non ad offendere.
In una tale prospettiva che presenta diversi aspetti significativi, quali anzitutto quello della lingua parlata, anche se il dialetto greco italiota fosse predominante, poi gli utensili di lavoro usati, la presenza di fornaci per la produzione di mattoni da costruzioni e vasellame vario, il culto religioso di una qualche divinità (il cristianesimo, almeno nei secoli che precedono la venuta di Cristo non era affatto esistente), è assai facile immaginare quale fosse la loro vita e quali possibilità vi fossero di migliorarla.
Eppure se ci fermiamo a certi usi ed abitudini, a certi manufatti ed oggetti rinvenuti nei pressi dei piccoli abitati, ne deriva un vivo senso del vivere e della civiltà da essi espressa, nelle forme che certamente sono ben lontane da quelle raggiunte da noi.
Ci colpisce in particolare che tali piccoli nuclei di famiglie vivessero con la casa accanto, il podere e il chiuso per gli animali da cortile e di allevamento, soprattutto con delle tombe o piccole necropoli vicine, il che induce a credere che avessero un certo grado di civiltà progredita. I cimiteri verranno molto dopo, cioè quando gli abitanti riunitisi insieme per meglio proteggersi e vivere un po' più al sicuro, si concessero ad esempio una chiesa e consuetudini religiose assai vicine a quelle di oggi.
Il paese di Colobraro, quello storicamente accertato, si svilupperà attorno all'anno Mille e sorgerà in zona abbastanza tranquilla per evitare gli assalti dei nemici provenienti dal mare e dalle coste ioniche, mentre la zona del convento, altro sito assai importante, rappresenta per gli abitanti di allora il primo esempio di necropoli più vasta e meglio sistemata, perché sorta non lontano dalla zona abitata.
La lettura della storia passata non è affatto di scarsa importanza o puramente oziosa, anzi è vero il contrario perché un attento esame dei vari materiali fossili e ceramici in genere è rivelatrice di molti elementi di civiltà. In conclusione, la lettura del libro di Quilici ci ha permesso di conoscere un volto antichissimo della Colobraro che noi siamo abituati a considerare, volto che non si sostituisce affatto a quello abitualmente visto, ma che porta certamente a valutare meglio le origini ed il cammino di una civiltà progenitrice di quella attuale e nella quale noi ci rispecchiamo e ci riconosciamo con modi troppo disinvolti e talvolta anche superiori.

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