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La valle che prende il nome dal fiume Sinni il quale l’attraversa dalla
Serra Giumenta, propaggine del monte Sirino, fino alla foce sul Mare
Jonio, ha tanti secoli di storia passata in cui trovano un posto
preminente, oltre ai fatti accaduti, le popolazioni dei paesi distribuiti
lungo i pendii, le colline, le pianure e valli interne, tanto da farla
essere una delle più importanti del territorio meridionale della
Basilicata. A questa, com’è noto, fu dato nel corso dei secoli dal
mille ai nostri giorni il nome di Basilicata, terra cioè amministrata dai
governatori dell’imperatore di Bisanzio, il cosiddetto Basileus, mentre
altrettanto sua propria denominazione risulta essere quella di Lucania, il
nome datole dagli antichi romani e conservato fino ad un cinquantennio fa;
ne conosciamo le precise ragioni e fini, in una proiezione però meno
propria, in quanto la Lucania antica comprendeva una parte di territorio
che oggi appartiene alla vicina Campania.
Ma non conviene più di tanto insistere su tale aspetto, per non cadere in
quella che è un’oziosa polemica che divide ancora, e chi sa per quanto
tempo, gli abitanti del territorio e poi gli Italiani i quali non sanno
proprio se chiamare gli abitanti “lucani” oppure “basificatesi”,
con le conseguenze nominali che vi sono connesse e che non sono facilmente
risolvibili.
Tornando alla Valle del Sinni, possiamo dire che mai essa ha trovato un
fervore di studi e di ricerche per lo più di natura archeologica come nel
nostro tempo. La valle ha così potuto ripercorrere tanto corso di
conoscenza e prima ancora di studi quanto forse in molti secoli anteriori
non ha mai avuto. E tutto questo per merito di eminenti studiosi tra i
quali ci piace annoverare Adamesteanu, Bianco, Quilici ed altri ancora che
onorano la scienza archeologica e le conferiscono sempre nuovi orizzonti
di conoscenza.
Chi non rimane indifferente alle voci, alle notizie e ai dati del passato
storico della regione, ce ne può dare ampia conferma. Dalle sorgenti del
Sinni, che scaturiscono a Serra Giumenta all’altezza di 1350 metri fino
alla foce che si trova nei pressi di Nova Siri sul Mare Jonio, la valle si
distende prima aspra ed accidentata tra numerosi affluenti di destra e di
sinistra, tra cui il Sarmento ed il Frida e poi il Serrapotamo e il
Cogliandrino, fino a raggiungere un’ampiezza
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di quasi un chilometro
nella sua parte esterma, ormai prossima al mare.
Sulle sponde del fiume e nelle zone immediatamente interne del suo
territorio, che rimane montuoso e boscoso, la valle annovera famosi
santuari, chiese e monasteri, che da soli riempirebbero molte pagine di un
voluminoso libro per essere narrate. Se è vero che la scienza storica ed
archeologica insieme restituiscono ai luoghi, conventi e chiese,
monasteri, cenobi e piccole laure un po’ della loro antica esistenza,
dignità e fama, dobbiamo ugualmente riconoscere che si è compiuta
un’opera molto importante, cioè quella di ridare loro veste e
condizione che li conserva e protegge dall’azione corrosiva del tempo e
dell’incuria degli uomini.
La cattedrale di Anglona
(da sola, come ha scritto Lorenzo Quilici, con la sua presenza documenta
oggi una città scomparsa) ha potuto conoscere molti aspetti del suo
glorioso passato, e questo vale anche per il convento di S. Maria degli
Antropici, nel territorio di Nocara, per il monastero del Sagittario posto
nel territorio di Francaville e San Severino Lucano, per lo stesso
Santuario della Madonna del Pollino e qualche altra località interessata
ad un passato ormai lontano.
Si cita come esempio molto eloquente quanto è stato fatto per il Convento
di Santa Maria degli Antropici, restituito da qualche decennio a questa
parte ad una seria opera di restauro e di iniziative artistiche e
culturali quali mai il complesso monumentale aveva mai avuto nel suo
passato.
Conservare, quindi, non solo significa salvare ma anche far nascere
intorno all’opera restaurata quella conoscenza e qualità di interesse
che conferiscono molto agli uomini ed alle cose, per una possibile
valorizzazione.
Questa serie di riflessioni è nata in me dalla occasionale lettura di un
articolo scritto alcuni decenni orsono dal prof. Lorenzo Quilici, il quale
sulla rivista “Mondo Archeologico” ha pubblicato uno studio pregevole
sull’acrocoro del Pollino e suoi Santuari, ben motivato e documentato da
una ricca serie di dati abbastanza recenti e con
foto illustrati i principali aspetti monumentali ed artistici dei
luoghi presi in esame.
Da il
Qutidiano della Basilicata del 27.05.03
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