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LA VALLE DEL SINNI, I SUOI SANTUARI E MONASTERI COSÌ RICCHI DI STORIA
di Michele Crispino

La valle che prende il nome dal fiume Sinni il quale l’attraversa dalla Serra Giumenta, propaggine del monte Sirino, fino alla foce sul Mare Jonio, ha tanti secoli di storia passata in cui trovano un posto preminente, oltre ai fatti accaduti, le popolazioni dei paesi distribuiti lungo i pendii, le colline, le pianure e valli interne, tanto da farla essere una delle più importanti del territorio meridionale della Basilicata. A questa, com’è noto, fu dato nel corso dei secoli dal mille ai nostri giorni il nome di Basilicata, terra cioè amministrata dai governatori dell’imperatore di Bisanzio, il cosiddetto Basileus, mentre altrettanto sua propria denominazione risulta essere quella di Lucania, il nome datole dagli antichi romani e conservato fino ad un cinquantennio fa; ne conosciamo le precise ragioni e fini, in una proiezione però meno propria, in quanto la Lucania antica comprendeva una parte di territorio che oggi appartiene alla vicina Campania.
Ma non conviene più di tanto insistere su tale aspetto, per non cadere in quella che è un’oziosa polemica che divide ancora, e chi sa per quanto tempo, gli abitanti del territorio e poi gli Italiani i quali non sanno proprio se chiamare gli abitanti “lucani” oppure “basificatesi”, con le conseguenze nominali che vi sono connesse e che non sono facilmente risolvibili.
Tornando alla Valle del Sinni, possiamo dire che mai essa ha trovato un fervore di studi e di ricerche per lo più di natura archeologica come nel nostro tempo. La valle ha così potuto ripercorrere tanto corso di conoscenza e prima ancora di studi quanto forse in molti secoli anteriori non ha mai avuto. E tutto questo per merito di eminenti studiosi tra i quali ci piace annoverare Adamesteanu, Bianco, Quilici ed altri ancora che onorano la scienza archeologica e le conferiscono sempre nuovi orizzonti di conoscenza.
Chi non rimane indifferente alle voci, alle notizie e ai dati del passato storico della regione, ce ne può dare ampia conferma. Dalle sorgenti del Sinni, che scaturiscono a Serra Giumenta all’altezza di 1350 metri fino alla foce che si trova nei pressi di Nova Siri sul Mare Jonio, la valle si distende prima aspra ed accidentata tra numerosi affluenti di destra e di sinistra, tra cui il Sarmento ed il Frida e poi il Serrapotamo e il Cogliandrino, fino a raggiungere un’ampiezza 

di quasi un chilometro nella sua parte esterma, ormai prossima al mare.
Sulle sponde del fiume e nelle zone immediatamente interne del suo territorio, che rimane montuoso e boscoso, la valle annovera famosi santuari, chiese e monasteri, che da soli riempirebbero molte pagine di un voluminoso libro per essere narrate. Se è vero che la scienza storica ed archeologica insieme restituiscono ai luoghi, conventi e chiese, monasteri, cenobi e piccole laure un po’ della loro antica esistenza, dignità e fama, dobbiamo ugualmente riconoscere che si è compiuta un’opera molto importante, cioè quella di ridare loro veste e condizione che li conserva e protegge dall’azione corrosiva del tempo e dell’incuria degli uomini.
La cattedrale di Anglona (da sola, come ha scritto Lorenzo Quilici, con la sua presenza documenta oggi una città scomparsa) ha potuto conoscere molti aspetti del suo glorioso passato, e questo vale anche per il convento di S. Maria degli Antropici, nel territorio di Nocara, per il monastero del Sagittario posto nel territorio di Francaville e San Severino Lucano, per lo stesso Santuario della Madonna del Pollino e qualche altra località interessata ad un passato ormai lontano.
Si cita come esempio molto eloquente quanto è stato fatto per il Convento di Santa Maria degli Antropici, restituito da qualche decennio a questa parte ad una seria opera di restauro e di iniziative artistiche e culturali quali mai il complesso monumentale aveva mai avuto nel suo passato.
Conservare, quindi, non solo significa salvare ma anche far nascere intorno all’opera restaurata quella conoscenza e qualità di interesse che conferiscono molto agli uomini ed alle cose, per una possibile valorizzazione.
Questa serie di riflessioni è nata in me dalla occasionale lettura di un articolo scritto alcuni decenni orsono dal prof. Lorenzo Quilici, il quale sulla rivista “Mondo Archeologico” ha pubblicato uno studio pregevole sull’acrocoro del Pollino e suoi Santuari, ben motivato e documentato da una ricca serie di dati abbastanza recenti e con  foto illustrati i principali aspetti monumentali ed artistici dei luoghi presi in esame.

Da il Qutidiano della Basilicata del 27.05.03 

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