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stampa,
che rese più agevole la diffusione delle idee e più duraturo il prodotto
intellettuale. Inutile dire che Venezia fu per molto tempo capitale della
stampa, con 52 torchi già attivi nel 1480 che salirono a 151 nel secolo
successivo: un settimo di quelli funzionanti in tutt’Europa!
Particolarmente rappresentativa è la figura di Aldo Manuzio, che
aveva studiato lettere a Ferrara e si stabilì in città nell’ultimo
decennio del quattrocento, aprendo una tipografia a San Stin. Il suo
braccio destro, Marco Musuro, era professore di greco nella vicina
università di Padova. Pubblicò anche testi contemporanei come la celebre
“Hypnerotomachia Poliphili = Lotta d’amore, in sogno, di Polifilo del
domenicano Francesco Colonna, comparsa anonima nel 1499 ed il
“Cortegiano nel 1528, in una pregevole edizione “in folio” o
classici latini, come le opere di Quintiliano, Lucrezio e di Plinio il
Giovane, ma si specializzò nelle eleganti edizioni di testi greci in
lingua originale, a cui affiancò nel 1494 la grammatica greca di Lascaris
e tra il 1495 ed il 1498 la monumentale edizione in cinque volumi del
corpus aristotelico, facendo di Venezia il centro degli studi greci
europei. La sua stamperia divenne presto un circolo culturale: vi si
potevano incontrare Andrea Navagero, poeta latino, Pietro Bembo, Angelo
Poliziano, il geografo Giovan Battista Ramusio e naturalmente Marin Sanudo,
mentre Aldo era amico di Erasmo da Rotterdam, che ebbe occasione di
visitare la sua biblioteca personale e la trovò ricchissima ed unica.
Alla sua morte, il 6 febbraio 1515, Aldo affidò la pubblicazione
della “Grammaticae institutiones grecae” all’amico Musuro.
Le distinzioni di Burckhardt son dunque superate, molte cose fan di
Venezia una città rinascimentale, che per la sua posizione geografica e
per le vicende della sua “fondazione” si salda direttamente alla tarda
romanità, attingendo senza soluzione di continuità alle strutture
civiche d’Aquileia e di Grado e riproponendole in chiave cristiana fin
dagli albori della sua storia. Per Venezia più della riscoperta
dell’antichità si può parlare della custodia tenace d’antiche
memorie riproposte di volta in volta secondo le necessità del presente e
dunque il fervore della scoperta manca solo perché non c’è mai stata
una vera perdita. Non dimentichiamo che opera in terra e per committenti
veneziani uno dei più grandi esponenti dell’architettura inspirata alla
romanità: Palladio, che se forse non leggeva l’epistolario di Plinio il
Giovane per ideare i giardini, come pretendevano i Medici nel fiorentino,
ma ripropone il tempio romano nel grande portico ionico di villa Foscari,
più nota come “Malcontenta” e negli anni ’50 e ’60 continua a
progettare secondo le regole classiche, tanto che le dimore inglesi del
XVIII sec. ispirate ai valori classici saranno definite appunto
“palladiane”.
Per non parlare d’un’altra civiltà classica, quella greca,
ch’ebbe da sempre con la città un rapporto privilegiato.
A proposito: dov’è la Grecia?
Mentre oggi questa parola si ricollega automaticamente,
all’Attica, nel quattrocento Pietro Bembo afferma con orgoglio: “Noi
siamo confinanti dei Greci” estendendo il termine al Peloponneso,
Tessaglia, Macedonia, parte dell’Epiro e naturalmente tutte le isole,
cioè a tutto l’impero Bizantino. Ancora Paolo Sarpi nel 1600 ed Antonio
Arrighi nel 1749 intendono con la parola “Grecia” indicare tutte le
aree grecofone.
Curioso fenomeno davvero, dato che i bizantini invece chiamavano la
loro terra “Romania” perché si ritenevano i più diretti discendenti
di Roma Antica!
Comunque il traffico tra Venezia e Bisanzio era intenso: il 4
febbraio 1438 sbarcherà a Venezia una nutrita schiera di delegati al
concilio di Ferrara, che l’anno successivo sarà replicato a Firenze,
senza modificare in nulla la posizione della Chiesa Orientale, ma offrendo
ai dotti bizantini la possibilità di conoscere la Serenissima, che appare
subito a tutti un possibile asilo dato l’imminente crollo. Così il
“vinti nuove … de mazo” del 1453, come annota diligentemente Nicolò
Barbaro, quando “Dio diè la aspra sententia contra griexi, che el volse
che questa città andasse in questo zorno in man de Macomet bei” cioè
quando Dio punì l’oriente scismatico consegnandolo in mano ai turchi,
colorita visione dei fatti che sarà conservata intatta anche da Francesco
Morosini e Nicolò Trevisan, gran parte dell”intelligentia” bizantina
trovò rifugio a Venezia e di lì cercò sistemazione a Roma ed a Firenze.
Si può ben dire che questa sventura politica se non fu proprio la causa
del rinato amore per l’Ellade, certo lo influenzò profondamente. Anche
perché a dispetto di molti laici che odiavano i Greci e ritenevano giusto
ch’essi finissero in mano ai Turchi, alla guida della Chiesa c’era
Enea Silvio Piccolomini, papa Pio II, che aveva incaricato il cardinale
Bessarione di salvare tutto il salvabile in fatto di testi classici. Ecco
così approdare a Venezia nel 1468 ben 900 codici antichi, di cui più
della metà in greco. Pare dunque naturale considerare Venezia una nuova
Atene e Giorgio da Trebisonda, nel dedicare alla Serenissima Repubblica la
traduzione latina delle “Leggi” di Platone, osservava giustamente che
gli ideali ivi espressi ispiravano in parte il governo dei dogi. Le idee
classiche non solo vengono valorizzate e custodite, ma continuano a
circolare, alimentando un patriziato cittadino che vive di mercatura e
quindi non immobilizza mai i beni. Nasce così il commercio di testi greci
di Lauro Querini, che alimenta biblioteche pubbliche e private.
Ma non è solo la cultura classica quella che si rifugia a Venezia:
qui per la prima volta la religione greco-scismatica viene riconosciuta e
protetta dall’autorità costituita, che permette ai Greci di vivere
secondo il proprio rito tanto a Venezia che nelle terre d’oltremare. Un
atteggiamento di tolleranza che costerà carissimo alla Repubblica nei
tempi della sacra inquisizione e dell’interdetto, ma che pure non fu mai
abbandonato. Per questo forse già nel 1478 i Greci formavano una colonia
di 4.000 persone su un totale di 110.000 abitanti. Un piccolo mondo a
parte fatto in gran parte di “Madonneri” = pittori d’icone sacre,
orafi, capitani di mercantili, tipografi, commercianti, militari… e
commercianti di vini e spezie, che passato lo spavento della guerra
riallacceranno presto le relazioni coi Turchi, tanto che il “vin di
Cipro” comparirà addirittura, nel 1753 fra le mani orgogliose del
marchese di Forlipopoli, uno dei personaggi più gustosi uscito dalla
penna goldoniana. I Greci più colti, naturalmente, insegnano la lingua e
non solo classica, c’è anche una piccola miniera di scritture di
governo, dalla difficile terminologia burocratica, che si riproporrà,
snellita e rinnovata, nel diritto, soprattutto marittimo, veneziano e per
finire Venezia scopre le “grechesche”= poesie in musica che avranno un
loro ruolo nel canto rinascimentale.
I neoplatonici s’incontrano qui con i cultori della Cabala
ebraica e delle liriche persiane, fondando circoli privati e scuole:
Pietro Bembo per esempio introduce l’indirizzo neoplatonico alla corte
di Ferrara, mentre quello aristotelico guadagna rapidamente credito nella
vicina università di Padova.
A contrasto col fervore degli studi filosofico-letterari, il
rinnovato amore per Bisanzio era responsabile di qualche arcaismo per
quanto riguarda la pittura e l’architettura, tenacemente legate
all’oro ed agli smalti orientali, che restarono tradizionali a lungo
nella città lagunare, dove “la maniera fiorentina” incontrò non
poche resistenze.
Va detto tuttavia che il gotico fiorito maturato nella Venezia del
1400 incontrava molti consensi e la città era meta di viaggi anche per
chi non voleva commerciare con l’Oriente o compiere un pellegrinaggio in
Terrasanta.
Nel 1475 giunge a Venezia Antonello da Messina, che incontra
personalmente Giovanni Bellini ed Alvise Vivarini e confida loro
l’ultimo ritrovato della pittura fiamminga: l’uso dell’olio per
rendere più fluidi i colori. Albrech Dürer invece arriva nell’autunno
del 1494 e si ferma fino alla primavera seguente, facendo rapidamente
circolare le sue incisioni e confrontandosi con l’opera dei pittori
Veneziani, in un secondo viaggio, nel 1505 incontra Giovanni Bellini, che
descrive“ ancora il migliore nell’arte della pittura”. Prima però,
forse nel 1495, giungono a Venezia le visionarie composizioni di
HyeronYmus Bosch.
E per finire il 1500 giunge a Venezia Leonardo, che purtroppo però,
a differenza degli altri visitatori, non ha lasciato commenti di sorta.
Città del Rinascimento dunque, niente affatto emarginata, Venezia
s’affaccia al cinquecento con un volto ormai perfetto, così come l’ha
immortalata la veduta prospettica di Jacopo de Barbari, iniziata almeno
nel 1498 per conto di Antonio Kolb, mercante di Norimberga, a cui fu
venduta per la somma di tre ducati. Già da qualche anno la città faceva
capolino nei quadri dei più famosi pittori, soprattutto Vittore Carpaccio
e Gentile Bellini, ma la veduta del Barbari è una sorta di presentazione
ufficiale, che illustra finalmente le relazioni dei pellegrini e i vari
repertori storico-geografici dei fortunati che, avendo visitato la città,
la raccontavano stupefatti.
In armonia appunto con la rinascita degli antichi dei Mercurio,
protettore del commercio, e Nettuno, signore del mare, sono chiamati a
comparire in quest’immagine, perché la città si vanta d’esser
fondata sulle acque, senza mura a difesa dei propri beni, ricca d’ogni
prodotto pur non avendo terra da coltivare, piena d’opere mirabili,
depositaria di preziose reliquie. “Quelli che non l’ha veduta bramano
di vederla e intender come si governi, quelli che l’han veduta non
finiscono di lodarla” scrive Marin Sanudo il Giovane che
ci informa anche di come la città contasse 150.000 anime circa, numero
altissimo per l’epoca, superato soltanto dalla città di Napoli, con
case e palazzi valutati dai 20.000 ducati in su, soprattutto nella zona di
Rialto e san Marco, i più prestigiosi, naturalmente, sono i palazzi
affacciati al Canal Grande.
Il terreno è caro, ma va egualmente a ruba e la gente costruisce
abitazioni dai tondi comignoli e dalle mura affrescate, che valgono alla
città il soprannome di “urbs picta”, con caratteristiche terrazze di
legno sospese sui tetti dette “altane”, soprattutto negli appartamenti
senza giardino, scale di pietra viva, balconi e finestre di “vetro
cristallino” prodotto in grande quantità dai vetrai di Murano. Gli
interni han camere tappezzate dai caratteristici cuoi dorati e sbalzati,
mobili di pregio, vasi e tappeti orientali... insomma un alto tenore di
vita, di cui gli ambasciatori veneziani all’estero parlano con un po’
di compassione per il paese ospitante ed un chiaro
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